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Carbon footprint nel trasporto merci: cos’è, come calcolarla e come ridurla

La carbon footprint è una metrica sempre più rilevante nel trasporto merci perché permette di misurare e confrontare l’impatto emissivo delle spedizioni. In questo articolo scopri cos’è, come si calcola a livello di spedizione, come leggere i risultati e quali strategie aiutano davvero a ridurre le emissioni, con un approccio operativo insieme a Savino Del Bene.

Carbon footprint in supply chain

La carbon footprint è diventata una metrica chiave nel settore delle spedizioni perché traduce la sostenibilità in un dato misurabile, comparabile e utile alle decisioni operative. Oggi, infatti, scegliere una modalità di trasporto, una rotta o un assetto di supply chain non significa valutare solo tempi e costi: significa anche stimare l’impatto emissivo e capire come bilanciare, caso per caso, shipping time, prezzo, rischio ed emissioni (la sostenibilità, in pratica, entra nel “trade-off” quotidiano).

 

In questa guida a cura di Savino Del Bene vediamo cos’è l’impronta di carbonio nel trasporto merci, come si calcola in modo pratico, come interpretare i risultati e quali strategie possono davvero contribuire alla riduzione della carbon footprint lungo la supply chain.

 

Carbon footprint: cos’è e cosa misura davvero

 

Il termine “carbon footprint” (impronta di carbonio) indica la quantità di gas a effetto serra associata a un’attività, un prodotto o un servizio, espressa in genere come CO₂ equivalente (CO₂e). Usare la CO₂e è utile perché permette di “tradurre” gas diversi (non solo CO₂) in un’unica unità comparabile.

 

Nel linguaggio comune, spesso si usano “emissioni” e “carbon footprint” come sinonimi, ma c’è una differenza pratica: parlare di emissioni può riferirsi a un singolo dato (ad esempio una tratta o un viaggio), mentre la carbon footprint implica un perimetro definito e una metodologia coerente: stabilisce che cosa includo, con quali ipotesi e come rendo confrontabili i risultati. Nel trasporto merci questo punto è fondamentale: senza confini chiari, il calcolo della carbon footprint rischia di diventare una stima poco utile per scegliere e migliorare.

 

Come si calcola la carbon footprint di una spedizione

 

Il calcolo della carbon footprint di una spedizione non deve essere complicato per essere robusto: l’importante è seguire una logica replicabile e basata su dati affidabili. In sintesi, lo step-by-step è questo:

  • Definire i confini del calcolo: cosa sto misurando (una spedizione singola, un cliente, una trade lane, un periodo) e quali tratte includo (door-to-door, solo main leg, eventuale pre/on-carriage);
  • Raccogliere i dati operativi: modalità di trasporto (mare/aria/strada/rail), origine-destinazione, distanze o routing, peso e/o volume, tipo di servizio e, quando disponibile, parametri come load factor o configurazioni specifiche;
  • Applicare fattori emissivi e convertire in CO₂e: qui la qualità della metodologia fa la differenza, perché determina la comparabilità tra modalità e scenari;
  • Restituire il risultato in modo leggibile: non solo “un numero”, ma una vista utile al business (per modalità, periodi, trade lane, progetti di riduzione), così da poter confrontare alternative.

 

Nel trasporto e nella logistica, l’obiettivo non è solo sapere quanto si emette, ma capire dove e perché si generano le emissioni, per poter intervenire in modo mirato. Per questo, molte aziende si orientano verso standard e linee guida specifiche per le catene di trasporto: ad esempio ISO 14083 fornisce requisiti e indicazioni per la quantificazione e la rendicontazione delle emissioni GHG nelle transport chains.

 

Calcolo carbon footprint: perché è fondamentale nella logistica

 

Misurare la carbon footprint nei trasporti non serve solo alla reportistica: è uno strumento operativo che aiuta le aziende a prendere decisioni migliori. In concreto, i benefici principali sono:

  • Benchmarking tra modalità e rotte: confrontare alternative (ad esempio una trade lane con scelte diverse di modalità o di gateway) e valutare l’impatto in CO₂e insieme a tempi e costi;
  • Individuazione degli “hotspot” emissivi: capire quali tratte, quali modalità o quali configurazioni pesano di più, evitando interventi generici e poco efficaci;
  • Risposte più solide alle richieste dei clienti: sempre più spesso la supply chain chiede dati per gare, assessment ESG e percorsi di decarbonizzazione. Un dato coerente e tracciabile migliora credibilità e continuità del dialogo;
  • Supporto al procurement: la sostenibilità non è separata dalla scelta dei fornitori; diventa un criterio di valutazione insieme a performance, servizio e rischio.

 

La misurazione della carbon footprint rende gestibile ciò che altrimenti resta astratto. E permette di passare da iniziative “spot” a un percorso progressivo di miglioramento.

 

Carbon footprint ESG

 

Misurazione carbon footprint: come leggere i risultati per intervenire

 

Una volta calcolata la carbon footprint, il valore non è nel numero in sé, ma nella sua lettura. Il primo passo è contestualizzare: un trasporto urgente avrà spesso un profilo emissivo diverso rispetto a una spedizione pianificata e consolidata; allo stesso modo, rotte, scali e configurazioni incidono sulla CO₂e.

 

Per capire dove intervenire, è utile guardare i risultati con tre lenti:

  • Per modalità: mare, aria, strada, rail non sono intercambiabili per vincoli e tempi, ma il confronto aiuta a identificare dove esistono spazi di ottimizzazione o intermodalità;
  • Per trade lane e segmenti: le emissioni non sono distribuite in modo uniforme. Spesso poche tratte o pochi flussi concentrano gran parte dell’impatto.
  • Per scenario: il dato diventa davvero decisionale quando consente un “prima e dopo”, ad esempio simulando consolidamenti, cambi di routing, variazione dei porti/aeroporti o ridisegno della supply chain.

 

Il calcolo della carbon footprint diventa un supporto fondamentale per scegliere il compromesso più adatto tra tempo, rischio, sostenibilità e prezzo, in linea con le priorità del business.

 

Come ridurre la carbon footprint nel trasporto merci

 

La riduzione della carbon footprint nelle spedizioni si ottiene combinando scelte di efficienza e soluzioni low-carbon, senza perdere controllo su servizio e affidabilità. Le leve più comuni e pratiche sono:

  • Ottimizzazione di rotte e pianificazione: ridurre attese e inefficienze, scegliere gateway e instradamenti più coerenti con volumi e tempi, evitare urgenze non necessarie grazie a una pianificazione migliore;
  • Ottimizzazione dei carichi e consolidamento: migliorare saturazione, ridurre “aria trasportata”, razionalizzare imballi/volumi e aumentare la qualità del consolidamento quando possibile;
  • Scelta di modalità e intermodalità: dove i vincoli lo permettono, l’uso di soluzioni multimodali può ridurre l’impatto emissivo mantenendo un equilibrio accettabile su tempi e rischio;
  • Soluzioni low-carbon legate ai carburanti: quando disponibili e coerenti con i requisiti della supply chain, alternative come biofuel/e-fuel (es. SAF per l’aereo) possono contribuire alla riduzione, purché inserite in un percorso misurabile e credibile.

 

Il punto chiave è evitare la logica “one size fits all”: la riduzione più efficace nasce da interventi mirati sugli hotspot, con una governance dei dati che consenta di misurare il miglioramento nel tempo.

 

Gestire la carbon footprint: calcolo emissioni, insetting e supply chain più sostenibile

 

Dopo aver misurato la carbon footprint, la differenza la fa la capacità di trasformare il dato in decisioni operative concrete. Per questo, un percorso efficace parte dalla misurazione delle emissioni a livello di spedizione e dalla costruzione di una baseline chiara, utile a leggere l’impatto per modalità di trasporto, periodi e tratte. Questo approccio consente non solo di rispondere in modo più strutturato alle richieste di reporting, ma soprattutto di individuare gli hotspot emissivi e valutare alternative di routing e configurazione del trasporto con una logica comparativa: emissioni, tempi e affidabilità vengono analizzati insieme, così da supportare scelte sostenibili senza perdere controllo sulla continuità operativa.

 

Una volta definito “da dove si parte”, si può intervenire su più leve. Da un lato, si lavora sulla riduzione lungo la catena di fornitura, valutando soluzioni che consentano di diminuire l’impatto delle spedizioni in modo misurabile. In questo contesto, l’insetting rappresenta un’opzione sempre più rilevante perché permette di finanziare l’adozione di carburanti a minore intensità emissiva all’interno della propria value chain e di rendicontarne i benefici con criteri di tracciabilità e trasparenza. Dall’altro lato, la sostenibilità può entrare nelle scelte di filiera attraverso un approccio strutturato al procurement: selezionare e valutare i fornitori anche in base alle performance ambientali, oltre che per copertura, qualità del servizio e livelli di rischio, aiuta a costruire nel tempo una supply chain più efficiente e resiliente.

 

In sintesi, gestire la carbon footprint nelle spedizioni significa adottare un metodo progressivo e praticabile: misurare con coerenza, scegliere le leve più efficaci e integrare la sostenibilità nelle decisioni che contano davvero, trovando ogni volta il miglior equilibrio tra tempi, prezzo, rischio ed emissioni. Per approfondire l’approccio di Savino Del Bene sul tema, puoi consultare la nostra strategia di sostenibilità.

 

Conclusione

 

Vuoi calcolare e ridurre la carbon footprint delle tue spedizioni in modo concreto, senza compromettere tempi di consegna, costi e affidabilità del servizio? La differenza tra un’iniziativa isolata e un risultato misurabile nel tempo è un approccio strutturato: una baseline chiara, dati leggibili per tratte e modalità, obiettivi realistici e interventi mirati sugli hotspot emissivi. Se vuoi costruire un percorso progressivo di misurazione e decarbonizzazione della tua supply chain, puoi confrontarti con Savino Del Bene e approfondire i nostri servizi di spedizione. Contatta subito il tuo rappresentante locale per una consulenza dedicata.

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